L’Utopia, un luogo comune?

L'universo di significati dietro la parola "Utopia"

Massimiliano Colombi, sociologo e coordinatore di Fabbrica Comune, ci illustra le sue visioni dell'Utopia.

L’Utopia, un luogo comune?

Di fronte ad “Utopia” si rischia di restare immobili, sospesi, inermi. Un universo di significati che induce contemporaneamente rispetto e fiducia. In questo senso l’unica scelta che appare sostenibile non è tanto quella di entrare “dentro”, quanto quella di ricercare con delicatezza e prudenza alcune incerte relazioni. Con questa postura il primo passo mette in dialogo “utopia” con “cultura” e consente di avviare un atteso processo di liberazione in quanto “uno dei pericoli contemporanei è la trasformazione della cultura stessa in industria dell’intrattenimento, traboccante di prodotti di pronto e sonnambulo consumo, catturata dal semplicismo dei modelli”.

In realtà Utopia ha bisogno di un oltre: una cultura “che dialoga con i grandi bisogni della vita e incessantemente ci apre alla profondità e alla complessità del reale”, essendo “una finestra e al tempo stesso uno specchio”. Proprio per questo “ci consente di entrare in noi stessi” (José Tolentino Mendonca, Chiamate in attesa, Vita e Pensiero, Milano 2016). La seconda parola da incrociare con Utopia è “insieme”, “l’unica parola potenzialmente pericolosa […] come ingrediente in questo nuovo anticorpo politico e morale. Tuttavia, la mia scelta non serve a nulla se non coincide con la vostra. Perché, forse sorprendentemente, è nei momenti in cui la parola sembra più pericolosa che l’unione, lo stare insieme, appare quanto mai inevitabile”. Di questo ne facciamo una profonda esperienza nelle organizzazioni in cui lavoriamo, nelle nostre famiglie, nelle esperienze associative e (forse) in ogni istante delle nostre vite. Nel tempo siamo diventati più distratti, ma ancora oggi “la scelta di riunirsi […] è di per sé una dichiarazione politica indispensabile. È l’unico atto o stato dell’essere che può mettere un freno al potere politico che minaccia di soffocarci. Se vogliamo respirare, abbiamo imparato, dobbiamo stare insieme” (Ece Temelkuran, La fiducia e la dignità. Dieci scelte urgenti per un presente migliore. Bollati Boringhieri, Torino 2021).

Infine, vorrei proporre la possibilità di scorgere una relazione benefica di Utopia con un verbo prezioso: “conoscere”. La pandemia ha svelato tutti i limiti di un conoscere come “presa di controllo conoscitivo e tecnico sul mondo” e ha fatto riemergere la possibilità di un conoscere come “luogo di confronto con il limite e come luogo di posizionamento in responsabilità”. Si è riaperta una prospettiva ulteriore che vede riemergere il conoscere come “domanda, accoglienza e coltivazione del senso, dell’attenzione, del mistero: conoscere è umiltà di un pensiero che osa cercare e lo fa senza presunzione e rigidità. Conoscere (nella fatica, nel riguardo cui la distanza conduce, nella prova) soprattutto è (ri)-diventato co-naissance, esperienza di co-nascita, tra adulti e minori, tra loro e la realtà, tra loro e il mondo” (Ivo Lizzola, Aver cura della vita. Dialoghi a scuola sul vivere e sul morire, Castelvecchi, Roma 2021).

Le tre “boe” – cultura, insieme, conoscere – non sono risolutive e possono contribuire a produrre ulteriore smarrimento. Sporgersi sulla realtà e correre i rischi dell’insufficienza e della parzialità sono azioni che richiedono una dimensione di comunità. Tutto questo per noi è “Fabbrica Comune”: una esperienza di produzione di una nuova cultura del lavoro capace di tenere insieme il con-vivere e il co-produrre; un percorso per condividere nuove possibilità di conoscere e, soprattutto; una postura di comunità che apre la possibilità di fare e pensare insieme. Davvero un “buon luogo” in quanto “luogo comune”.

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