Dante “marchigiano”

Il sommo poeta e i marchigiani

Italo Pelinga, ricercatore, fa un excursus sui personaggi descritti da Dante nella Divina Commedia.

Dante “marchigiano”

Dante “marchigiano”

Articolo tratto da Next 68

Stando alle fonti scritte, in primis quelle uscite dalla penna del Divino Poeta, non sono pochi i riferimenti alle Marche, allora “Marca Anconitana”, che legano in qualche modo la nostra regione a Dante Alighieri. Il Poeta aveva ben chiari i termini di questo territorio tant’è che nel Canto V del Purgatorio definisce la Marca d’Ancona “quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo”, confinante cioè a nord con la Romagna e a sud con i possedimenti di Carlo II d’Angiò. Tra i personaggi “marchigiani” citati da Dante nella Divina Commedia diversi appartengono a quel territorio denominato, allora come oggi, Montefeltro e alla famiglia omonima che guiderà per secoli le sorti illustri del Ducato d’Urbino. A cominciare da Guido da Carpegna, citato come esempio degli uomini virtuosi del passato a confronto con i “bastardi” contemporanei (Purgatorio, Canto XIV). Poi appunto i Montefeltro, primo fra tutti Guido che Dante mette all’Inferno (Canto XXVII) per aver suggerito un inganno strategico al “principe dei nuovi farisei”, il Papa Bonifacio VIII. Quindi Bonconte da Montefeltro che, benché fosse morto sotto scomunica in quanto acceso partigiano Ghibellino, Dante mette in Purgatorio (Canto V) per una conversione dell’ultimo momento, quando fu ferito a morte nella Battaglia di Campaldino dove aveva militato lo stesso Dante sia pure nella parte avversa. Fra i luoghi citati dal Poeta primeggia senza dubbio Fano, che nella Commedia annovera ben tre personaggi: Jacopo del Cassero, Guido del Cassero e Angiolello da Carignano. Il primo, valoroso uomo d’armi e saggio politico, messo da Dante in Purgatorio (Canto V), fu fatto barbaramente trucidare per vendetta da Azzo VIII d’Este. La lapide originale del suo sepolcro è ancora visibile nella controfacciata della chiesa di San Domenico a Fano appunto. Non meno atroce fu la fine di Guido e Angiolello, notabili esponenti della città, “mazzerati”, cioè gettati in mare chiusi in un sacco dai sicari di Malatestino Malatesti per tradimento, proprio “al vento di Focara” (Inferno, Canto XXVIII), cioè in quel tratto del litorale pesarese ai piedi di Fiorenzuola di Focara. Come non citare poi l’episodio celeberrimo del bel Paolo e della bella Francesca, i due amanti che la tradizione vuole perdessero insieme la vita nel castello di Gradara per mano del marito di Francesca tradito, il brutto e deforme Gianciotto Malatesta. Documentata la presenza diretta di Dante nel monastero benedettino di Santa Croce di Fonte Avellana, situato sulle pendici di quel “gibbo che si chiama Catria” (Paradiso, Canto XXI). Fra le città “marchigiane” che godono dell’onore della citazione nella Commedia, troviamo poi San Leo (ormai romagnola), Senigallia e Urbisaglia. Tutte e tre sono portate ad esempio: la prima come luogo scosceso accessibile da un sentiero scavato nella roccia “Noi salivam per entro il sasso rotto” (Purgatorio, Canto IV), le altre due come immagini della decadenza attuale (Senigallia ai tempi di Dante era ridotta a un borgo malsano di appena 250 famiglie) rispetto a una primitiva grandezza (Paradiso, Canto XVI). Ma non solo i luoghi e i personaggi, anche il dialetto marchigiano è menzionato da Dante e non certo in modo per noi lusinghiero. Nel suo “De vulgari eloquentia” il Poeta passa in rassegna tutti i dialetti d’Italia alla ricerca di una “lingua illustre” che potesse degnamente rappresentare la cultura italiana dopo il latino e definisce innanzitutto quelli assolutamente da scartare. Ebbene al primo posto mette la parlata dei romani, e subito dopo quella degli abitanti della Marca Anconitana. Ce lo meritiamo? forse. A conti fatti, tra storia e leggenda, sono una quarantina i luoghi marchigiani che vantano un qualche collegamento più o meno diretto con la figura del grande Dante Alighieri. Vere o presunte che siano queste rivendicazioni, non bisogna dimenticare che stiamo parlando di colui che per antonomasia e suo malgrado è stato un “senza patria”, la condizione che in qualche modo ci ricorda che “Dante è di tutti”.

 

Italo Pelinga Ricercatore

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