Ambivalenza della “fortuna”

Buona o cattiva fortuna

Laura Cavasassi, docente di filosofia, illustra il significato ambivalente della parola "fortuna".

Ambivalenza della “fortuna”

Ambivalenza della “Fortuna”

Articolo tratto da Next 67

Per la lingua latina il termine “fortuna” è vox media: non ha un significato univoco bensì ambivalente, per cui la locuzione è connotata dall’aggettivo che l’accompagna: quindi si può parlare indifferentemente di buona o cattiva fortuna.

Nella lingua italiana il termine è per lo più orientato verso l’accezione positiva quando invece non sia sostituita da “sorte”. Non è casuale che nella tradizione iconografica la fortuna sia rappresentata come una dea bendata che distribuisce ciecamente, senza discrezionalità, i doni o le sventure. Secondo il pensiero greco arcaico, la fortuna tocca gli umani per volontà di un demone e quando è loro accanto, questi diventano autosufficienti, non hanno bisogno di nessuno e di niente, tanto che il tragediografo Euripide può sostenere: “Quando la fortuna è favorevole non c’è bisogno di amici” (Aristotele, Etica Nicomachea, IX,9).

Non è stato tuttavia sempre affidato alla sorte il fruire della fortuna, perché, in alcuni contesti, è stata legata al concetto di felicità che in greco antico suona come “eudaimonìa”. Essa consiste in uno stadio esistenziale che si può raggiungere o conquistare con le proprie forze, dal momento che, etimologicamente, felicità significa avere un buon (eu)demone (=dàimon) dentro di sé che ci guida nelle scelte e ci sorregge. Per la scuola filosofica epicurea la felicità ed il bene si identificano con il piacere (edoné), laddove esso è da intendere come perseguimento della vittoria sul dolore fisico e quello dell’anima (aponìa e atarassìa). Epicuro sostiene che per raggiungere questo stadio è necessario corroborare l’idea di vita secondo ragione, perché solo con il suo aiuto e discrimine si è capaci di discernere, tra le passioni, quelle che vanno perseguite da quelle da cui tenersi lontani, per non cedere alla loro schiavitù. Quello che prevale nella nostra tradizione storico/culturale è derivante dal mondo classico mediterraneo, ma è interessante volgere lo sguardo anche ad altri contesti seppure molto lontani: alla antica sapienza di un popolo misterioso, i Dogon del Mali. Nella loro cosmologia la parola fortuna non rappresenta qualcosa di esterno all’umano ma consiste in una realtà che nasce dentro il corpo per virtù dei quattro elementi originari che sono terra/acqua/aria/fuoco. Questi elementi formano all’interno dell’uomo una sorta di impasto che accomuna l’essenza di tutto; poi una volta in bocca, questo magma viene tessuto sino a diventare “tela di cotone” che prende forma, colore, disegno per venire fuori dal corpo e andare al mondo (M. Aime, Pensare altrimenti). Accade poi che, tramite le parole, l’animo/fortuna nomini il mondo e, nominandolo, esse conferiscano forma e rappresentazione, arrivando a plasmare lo sguardo che ci permette di vederlo. Le parole, dunque, sono come fili di un ordito che si intrecciano, creano i nostri pensieri e le immagini che ne abbiamo formano le memorie personali e collettive, culturali e sociali. Questi stessi fili ricamano narrazioni e possibilità di proiettarci nel mondo delle relazioni nell’ambito delle quali siamo sempre noi a plasmare il nostro futuro. Ecco allora che non c’è spazio per la fortuna come attesa passiva di un evento favorevole, perché è l’essere umano che determina, con il suo paziente lavorio di tessitura le sue possibilità. In questo sforzo di autopoiesi si manifesta anche un valore etico, come ci insegna la parabola dei Dogon. Nessuna dicotomia, dunque, tra sé e l’esterno. A sostegno di quanto detto c’è una novità in libreria di Ivano Dionigi “Segui il tuo demone” (Laterza). Questo illustre latinista marchigiano, già rettore dell’Università Alma Mater di Bologna, richiama nell’opera la centralità del messaggio socratico di alto valore etico che ci esorta a seguire quel demone dentro di noi che tiene i fili dell’esistenza: teniamoci lontano dalla conformità all’esistente e aspiriamo alla condizione di “àtopos”, cioè di senza radicamento vincolante, di senza luogo, spostati sempre altrove, con la curiosità per le molteplici possibilità e sfide. La nostra ricchezza/fortuna è il deposito di coscienza che portiamo con noi.

Laura Cavasassi Docente di Filosofia

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